La qualità educativa e le sue componenti

L’argomento “educazione” può essere tratto da tanti punti di vista in quanto i suoi elementi, oltre ad essere numerosi, posseggono tutti una propria valenza importante per la costruzione della qualità educativa.           
Si può parlare di educazione, come insegnamento-istruzione, tipica nel periodo dell’età scolare, oppure di educazione intesa come un’azione permanente, dove avvengono apprendimenti utili a se stessi e al contesto in cui si vive.                L’apprendimento è una delle componenti essenziali per un tipo di educazione che possa essere vantaggiosa alla persona. Il significato di apprendimento, che qui si intende illustrare, non è l’apprendimento scolastico in sé e per sé, ma l’apprendimento di se stessi, competenza che dovrebbe essere offerta in ogni età, iniziando fin dagli anni giovanili, per poi proseguire per tutta la vita.           
È noto che esiste un tipo di apprendimento privo di consapevolezza, ossi passivo, meccanico, fatto per imitazione. Si tratta dell’apprendimento dei primi movimenti, che istintivamente continuano a compiere, come camminare, muoversi, gesticolare, lavarsi, vestirsi, ecc., in cui la presenza di noi a noi stessi e l’attenzione alle azioni che si compiono non sono attivate, ma solo latenti. Sono, infatti, azioni, la cui abitudinarietà diventa estremamente utile, in quanto lascia libero il pensiero che può occuparsi e posizionarsi su altri livelli.               
Qui siamo interessate a parlare dell’apprendimento costituito da riflessione e consapevolezza, quello che richiede la presenza viva di noi a noi stessi, attenzione attiva e vigilante e volontà determinata a percorrere linee di azioni da monitorare continuamente. Da ogni “evento” si può apprendere, in quanto si può sempre attivare una riflessione su di sé e valutare se e come i miglioramenti siano avvenuti. Queste caratteristiche dell’apprendimento non possono in alcun modo essere trascurate o, peggio, non considerate. Se lo fossero la persona rimarrebbe priva di un pensiero creativo, flessibile, ampio e profondo. Di fatto, se il pensiero non viene reso attivo in una costante conoscenza di sé, non favorisce l’evoluzione delle proprie possibilità, il ragionamento risulta piatto, perché procede per schemi fissi, per stereotipi, per dichiarazioni di principio e non per espressione di sé. E limitarsi al ragionamento per schemi fissi o per stereotipi, significa non produrre niente, né dentro di sé né fuori di sé. Vuol dire “fare tanto rumore per nulla”, girare attorno alle stesse “evenienze” senza che avvenga alcun cambiamento. Non si costruisce la capacità di porsi di fronte ad ogni realtà, da più punti di vista. Procedendo così si mortifica il pensiero dentro strettoie intellettive, emozionali ed affettive prive di vita. Il pensiero non è più fonte ed espressione creativa della propria interiorità, ma resta sempre dentro il solco di una sola visione della realtà. Il pensiero, senza creatività, serve soltanto a pensare che non si può pensare ad altro oltre a quel che si pensa e che non si può andare oltre e provare a vedere la realtà da più punti di vista, per apprendere elementi, mai considerati prima. Nella visione ristretta nuoce il fatto che l’abitudine si trasforma in obiettivo operativo, quotidiano, mentre l’apprendimento di sé si riduce sempre di più, fino a diventare inesistente.           
Allora diventa difficile operare con la conoscenza e monitorare continuamente se stessi per superare, nel percorso auto-educativo, elementi abitudinari che non portano alla consapevolezza di sé, anzi che introducono un pensiero non riflessivo, non critico nel quale gli eventuali errori vengono attribuiti ad altri, perciò si ritiene di non dover cambiare nulla nelle proprie azioni. Questo atteggiamento certamente non utile a sé né agli altri, è spesso presente ed è conseguenza di specie di “sacralità” con cui leggiamo alcuni elementi della nostra vita, che trasformiamo in intoccabili, in quanto segni di insegnamenti ricevuti e ritenuti immutabili.               
Non si pensa, invece, che è determinante considerare che sono gli elementi a cui diamo più significato che necessitano di una continua rivisitazione, al fine di mantenere gli originali e pregnanti significati che ci sono stati presentati e a cui si sono attribuiti calori inestimabili. Se, al contrario, questi significati, non si rivisitano, con il passare del tempo, possono diventare azioni prive di pensiero, e, quindi, azioni “scheletro”.             
Non è poca cosa educarci ad apprendere che cosa si “muove” dentro di noi: le motivazioni profonde, gli interessi, i significati che contengono i nostri gesti, i nostri pensieri e sentimenti. Così la nostra vita continuerebbe la sua “creazione” e si renderebbe sempre nuova a noi stessi e leggibile agli altri in quei valori che ci sono stati trasmessi e in cui crediamo.  Il non permetterci di ridare significato a ciò che abbiamo appreso, non aiuta a scalfire l’abitudine ripetitiva del pensiero e non lo rende consapevole di ciò che esiste in noi e nelle nostre azioni, se lo coltiviamo.Il pensieri critico si crea nell’interazione con la realtà, nelle relazioni con gli altri, nel lavoro quotidiano. Le abitudini, invece, agiscono, in linea generale, a due livelli:
  1.       funzionano come rassicurazione al nostro agire, perché il movimento che propongono è un movimento conosciuto;
  2.       rischiano di costruire, nel tempo, una intercapedine fra noi, cioè il nostro agire, e la realtà esterna.
Tutto questo, di per sé, non è né bene, né male, ma va compreso che, se noi restiamo legati all’abitudine e non facciamo niente o troppo poco per divenire consapevoli, avviene che l’abitudine dilaga dentro di noi e nelle nostre azioni, per cui, ad un certo punto, viene trasformata ed elevata da noi stessi a valore intramontabile.           
Questa situazione interiore, ci toglie la fatica di essere dinamici, ossia disponibili a cercare sempre di costruire nuove risposte e nuove modalità operative, ma ci mantiene, nel nostro pensiero, sempre fermi e quindi, incapaci di produrre. È come dire che si continua ad impedire di raggiungere il prodotto essenziale dell’agire: il cambiamento e miglioramento reali.
L’auto-apprendimento costante, elemento essenziale per una educazione di qualità, passa invece attraverso un ascolto attivo nella relazione con ogni “altro/a”. Questa componente di una educazione di qualità è di grande importanza, in quanto non può esistere apprendimento di sé, dell’altro e di ogni altra realtà, compresa la realtà di Dio e della sua Parola, senza un ascolto attivo, attento e operativo. L’ascolto attivo, attento e operativo è qual atteggiamento, che sa proiettarsi oltre le cornici in cui vengono descritti i fenomeni, le azioni, le situazioni, le problematiche, e sa cogliere aspetti che appartengono ad altri punti di vista, ad interpretazioni che possono favorire agganci e relazioni con realtà nuove, sulle quali non si era mai riflettuto prima.           
Ascolto attivo non significa “andare sempre d’accordo con gli altri” e vivere senza tensioni. Significa che i conflitti, anche i più acuti, possono essere gestiti in modo creativo, in quanto è possibile esplorare mondi diversi, punti di vista più arricchenti. Quel che si vede, infatti, dipende dal nostro punto di vista, ma per riuscire a vedere anche il proprio punto di vista è necessario cambiare punto di vista.           
Al contrario, quando si sceglie un atteggiamento di ascolto passivo, si sceglie di operare secondo una rigida classificazione, i propri criteri non si scalfiscono e gli accadimenti si inquadrano, dall’inizio alla fine, sempre nello stesso modo.Nell’ascolto passivo spesso si propone un atteggiamento di pietà, di amore per i più deboli; in tal modo, però, l’altro, anche se non viene trattato come una “cosa”, non è neppure considerato come persona, e pertanto, non vi è un rapporto paritetico, ma difficoltà di ascolto e di comprensione. Vi è una sottile ignoranza dell’altro, che lo fa sentire inesistente nel rapporto.